Matteo B. Bianchi, riguardo L’ultimo dio di Emidio Clementi: «Una scrittura limpida e assai lontana dalla compiacenza di molta letteratura ombelicale.» In un articolo, Gianni Biondillo: «Fino a dieci anni fa il genere che tirava era “l’ombelicale”. Scrittori medio borghesi insoddisfatti di sinistra che ci raccontavano per filo e per segno la consistenza del loro ombelico. E giù recensioni a pagine, a fiumi. Gli anni Ottanta imperanti. Tutta la nostra cinematografia contemporanea è onfalica, ombelicale. (Ho qualcosa contro gli ombelicali? Tenete conto che mi fregio essere un lettore attentissimo di Proust, ombelicale per antonomasia. Ma se sei Proust puoi parlare di unghie spezzate per centinaia di pagine e scoprire il mondo, se non lo sei è meglio lasciar perdere).»
Mario Desiati, riguardo l’antologia Italville, dice che l’idea alla base era di proporre una letteratura che andasse contro quegli scrittori capaci di parlare solo «del proprio ombelico».
Tuttavia è Tiziano Scarpa in qualche modo a venirci incontro: «E non sto parlando della solita questione dell’ombelico. Mi va benissimo l’ombelico. Sono un fan dell’ombelico in letteratura. E’ un argomento interessantissimo: ma perché quando parlate dell’ombelico non descrivete anche le pallottole di pelo e sporco che vi si raggomitolano dentro? Ci vuole ardimento, a raccontare davvero il proprio ombelico, cosa credete!»
La letteratura ombelicale è dunque connessa al gesto che vede lo scrittore impegnato nel ripiegamento su se stesso, viso contro pancia. Una posizione anatomicamente sconveniente, quasi da stretching. Che riduce la porzione visibile del mondo. E che minimizza la prospettiva e il respiro dell’opera.
E allora perché noi a dare ancora rumore a questo assillo radioattivo?
Perché semplicemente promuoviamo un cambiamento di prospettiva. Non potrebbe essere il nostro ombelico un punto di vista? Un buco sul muro, dal quale scrutare il giardino del vicino? Una serratura, dalla quale spiare le ragazze che si cambiano nello spogliatoio? Un binocolo, che gonfia o microscopizza la realtà? O una piccola valvola, che sfiata un’esigenza interna? Noi vorremmo soltanto irrigare la realtà con una arteria espressionista e sincera, credendo che ci debba pur essere qualcosa più in là della puzza, oltre il margine fragile di una prospettiva da generazione Biagi - perché noi siamo la generazione Biagi -. Deve pur esserci un piccolo spazio per guardare il mondo da dentro a fuori, dal nostro corpicino al mondo esterno, speziandolo con ironia.
Perché la letteratura è una sfida per creature coraggiose. Di questi tempi, è un graffio filtrato dagli organi interni per raffigurare tomografie interiori, occhieggiando al quotidiano fuori con entusiasmo quasi bambinesco, con la capacità di stupirsi ed emozionarsi. È tutto ciò che possiamo fare. E stupendosi, emozionandosi individualmente, forse saremo capaci di stupire ed emozionare anche qualcun altro.
Ombelicale dunque? Sì, ombelicale.
Ombelicale è curato da Roberto Cescon, Federica Manzon e Simone Marcuzzi
